Saint Barthelemy

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Saint Barthelemy

Aprile 5, 2019 Uscite e Week End 0

In Valle d’Aosta, così come nella maggior parte dei territori interni alle Alpi, le prima tracce dell’uomo sono riscontrabili solo in periodo posteriore allo scioglimento del vasto ghiacciaio che ha dato origine alla valle principale. La ragione di questa situazione sta nel fatto che, anche se nei momenti di diminuzione dell’estensione dei ghiacci, gli uomini si fossero avventurati lungo le valli, il successivo lavoro del ghiacciaio ne avrebbe eliminato le tracce. Dopo il 10.000 avanti Cristo, iniziò il ritiro del ghiacciaio. A quest’epoca, pian piano, i ghiacciai, ritirandosi, lasciarono quindi spazio ad un ambiente più accogliente, anche se ancora molto diverso da quello attuale. La valle centrale, infatti, prima di diventare la fascia pianeggiante che conosciamo, ospitò un vasto lago, di cui si possono vedere i ghiaioni all’estremo confine occidentale del comune di Nus, in prossimità del villaggio de La Planta. I reperti umani fanno quindi la loro comparsa sul nostro territorio intorno, intorno al 3000 avanti Cristo, che per l’Europa occidentale corrisponde al neolitico. In quest’età, l’uomo, che aveva acquisito la capacità di coltivare i vegetali, approfittò delle migliorate condizioni climatiche, quindi poté penetrare all’interno del massiccio alpino. Seguì quindi il periodo eneolitico, in cui venne scoperta la fusione del bronzo. Attualmente nessun reperto risalente a tale epoca è mai stato scoperto nel territorio di Nus, tuttavia non possiamo dimenticare la vicina località di Vollein, che sovrasta alcuni dei villaggi del nostro comune. Lassù sono venuti alla luce una necropoli ed un abitato risalenti al tardo neolitico o al primo eneolitico. Si tratta di un importante ritrovamento, che rivela la presenza, nelle immediate vicinanze dell’area di nostro interesse, di un insediamento umano i cui abitanti sicuramente hanno frequentato anche il nostro territorio. Anche se all’interno del territorio del comune di Nus non sono state ritrovate tracce di insediamenti di questo periodo, poiché i rinvenimenti archeologici preistorici e protostorici sono in gran parte casuali, è possibile che nel futuro si possano fare scoperte di questo genere anche qui. L’insediamento di Vollein testimonia della presenza umana nella valle centrale e il reperimento delle sue tracce non è che questione di fortuna.
L’età dei metalli vede invece la comparsa anche sul nostro territorio di reperti materiali. Si tratta, per esempio, di due armille in bronzo che appartennero allo studioso valdostano Jules Brocherel. Gli oggetti, dei pesanti bracciali in bronzo che venivano portati alle caviglie, provengono da Blavy. Essi sono stati ritrovati casualmente e probabilmente erano stati deposti assieme nella tomba di un guerriero gallico.L’area a valle dell’abitato di Lignan portava sin dal medioevo un nome caratteristico. Essa infatti compare nei documenti dal XV secolo con un appellativo legato a costruzioni riconosciute dai nostri antenati come una sorta di castelli: entre les deux châteaux, in patois lé dou tsatë. A cosa si riferiscono queste denominazioni così caratteristiche e suggestive? Possiamo dire che esse nascondono forse i più importanti rinvenimenti archeologici avvenuti sinora nel territorio di Nus per quanto riguarda la preistoria e nascono probabilmente dall’osservazione che gli uomini del passato hanno fatto dei luoghi, rilevando le caratteristiche di strutture murarie che vi vedevano. Essi, in base alla propria esperienza, devono aver assimilato a castelli strutture che non riuscivano a spiegare altrimenti, ma che per la loro imponenza avevano suscitato il loro interesse. Le ricerche dei nostri giorni hanno ritrovato ambedue le strutture, ma le hanno messe in relazione non con il medioevo, ma con la preistoria o la protostoria. Le vestigia sono poste su due collinette strapiombanti sul vallone di Saint-Barthélemy.Quella più vicino all’abitato porta le tracce di capanne dell’età del bronzo. Esse sono disposte intorno ad un masso appuntito collocato sulla cima della collinetta. Una roccia a poca distanza porta anche le tracce di incisioni con rappresentazioni schematiche di oranti, cioè di uomini raffiguranti in atto di pregare con le mani alzate verso il cielo. Il sito non è ancora stato scavato, ma saggi fatti nell’area hanno messo in luce resti di ceramica dello stesso periodo delle capanne.Il rinvenimento più imponente è però costituito dal castelliere sottostante La costruzione è posta su di un promontorio che si trova più a valle del primo. Esso è costituito da un ampio perimetro ovale di muratura posto sulla cima dell’altura. Il suo raggio maggiore misura all’incirca sessanta metri a dimostrare l’importanza che poteva avere il manufatto alla sua creazione. All’interno della muratura di contorno si trovano vari ambienti, che, per la maggior parte a pianta radiale, si appoggiano direttamente al muro esterno. Un locale si distingue tuttavia dagli altri per la sua pianta quadrata e per le sue dimensioni più importanti. Per queste sue caratteristiche è quindi ritenuto un ambiente di uso comune, sorta di santuario o di luogo di riunione. All’estremità del promontorio, rivolte verso il precipizio sottostante, sporgono ancora tre locali di minori dimensioni che possono essere interpretati come garitte per le vedette.La funzione della struttura è abbastanza chiaramente difensiva. Il manufatto domina in effetti sia l’avvallamento che lo separa dalla retrostante collina, sia la valle sottostante. Verso il torrente si gode infatti di una eccezionale vista che dall’alta valle di Saint-Barthélemy si spinge sino all’inizio della forra che precipita verso la pianura. Ciò avrebbe permesso quindi un controllo totale degli accessi alla valle ed un perfetta difesa del territorio.
Gli specialisti hanno ipotizzato la presenza del castelliere in relazione allo sfruttamento minerario della zona. Non lontano da esso sono infatti reperibili delle aree minerarie che hanno permesso l’estrazione di minerali sino all’epoca moderna.

L’arrivo dei romani nella Valle d’Aosta portò ad un cambiamento di cultura materiale e nell’insediamento umano. Una grande strada, la via consolare delle Gallie, venne creata lungo l’asse centrale della valle e determinò una nuova localizzazione degli abitati. Sul suo tracciato infatti furono creati punti di ristoro per i viaggiatori o stazioni di cambio di cavalli che diedero origine a nuovi paesi. E’ il caso di alcune località che ancora oggi portano un toponimo derivato dalla distanza che separava il luogo dalla città di Augusta Praetoria. Così troviamo proprio Nus, il cui nome indica una distanza di nove miglia romane della città. Affiancano il nostro comune altri paesi il cui nome ha la stessa origine: Diémoz, posto a dieci miglia da Aosta, Chétoz a sette e Quart a quattro. 
Se Nus prende il nome dalla distanza che lo separava da Aosta, è logico ritenere che il suo abitato si trovasse in prossimità della via romana. Dove passava dunque tale strada sul nostro territorio? Sinora nessuna traccia sicura ne è stata trovata. Il tracciato della via consolare è conosciuto sino a Châtillon, dove esistono ancora i resti del ponte romano che attraversava il Marmore, ma, più ad occidente, le tracce si perdono e solo delle ipotesi possono essere fatte sulla sua collocazione. In base ad esse si suppone che in prossimità di Nus la via percorresse la bassa collina, grosso modo all’altezza dei villaggi di Rovarey e Plantayes. Da qui avrebbe potuto raggiungere la quota dell’attuale chiesa parrocchiale per poi dirigersi in piano verso Mazod e proseguire in direzione di Chétoz, che come abbiamo già ricordato, prende il nome dal settimo miglio di distanza da Aosta.

Già nell’antichità si erano ritrovati dei reperti romani a Nus. Ne è un esempio la lucerna illustrata da Roland Viot, uno storico valdostano dell’inizio del 1600, nella sua Chronologie du Duché d’Aouste.

Più recenti sono invece le scoperte, avvenute tra XIX e XX secolo in prossimità del borgo. Ce ne segnala una già Edouard Aubert nella sua Vallée d’Aoste. Egli sostiene che nel 1846, nel corso di scavi nell’area del castello di Pilato, sono state trovate varie medaglie e monete romane tra cui una dell’ imperatore Tito (79-81 d.C.), una di Antonino Pio (138-161 d.C.) ed una ancora di Alessandro Severo (222-235 d.C.). L’interesse di queste scoperte nell’area del castello detto di Pilato sta nella possibilità che essi giustifichino la presenza della leggenda che viene tramandata a proposito della fortificazione. Si dice infatti che nella fortificazione abbia soggiornato Pilato durante il viaggio che lo portava in esilio nelle Gallie. La presenza di reperti romani affiorati in periodi antichi avrebbe potuto far nascere nella fantasia popolare il ricordo di un evento che in realtà non è mai accaduto. La tradizione legata al console romano si trova già citata in un’opera storiografica del XVII secolo. Il testo però attribuisce la permanenza di Pilato al castello della collina e non a quello del borgo.

A parte la leggenda di Pilato il reperimento dei diversi resti potrebbe indicare che sull’area, ora occupata dal castello, fosse presente in periodo romano una mansio, cioè una specie di albergo per i viaggiatori. 
Nel nostro secolo sono venute alla luce altre testimonianze di età romana. Tra queste citiamo il rinvenimento di resti di un insediamento rurale romano in prossimità del villaggio di Messigné. Tale scoperta indica che si erano diffuse anche nel nostro territorio le villae, sorte di fattorie che costituivano il centro della produzione agricola. D’altronde lo stesso nome del villaggio si collega a quello di un uomo che, in età romana, sarebbe stato proprietario della villa. Le proprietà agrarie erano infatti indicate con il nome del proprietario seguito dal suffissi -anum o -acum. Così Messigné avrebbe origine da Messigniacum, cioè il fondo di proprietà di un tal Messinius. Nello stesso modo potrebbero aver un’origine romana Marsan (da Martianum, il fondo di Martius), Arlian (da Arilianum, fondo di Arilus), Lignan (da Linianum, fondo di Linius). Potrebbero ugualmente derivare da nomi di persone del periodo imperiale Clémensod (da Clementius) ed Arlod (ancora una volta da Arilius come già Arlian). La presenza di molti toponimi di questa origine indicherebbe una diffusione piuttosto intensa della colonizzazione del territorio in questo periodo, a partire dalla piana sino a quote abbastanza elevate. I colonizzatori di epoca romana avrebbero potuto essere spinti verso luoghi lontani dalla via delle Gallie per motivi precisi. La zona di Lignan, se è corretta l’ipotesi secondo cui già il castelliere era legato allo sfruttamento minerario, avrebbe potuto attirarli proprio per le risorse del suo sottosuolo, ma, come abbiamo detto parlando del castelliere, tutto ciò potrà essere definito solo con ulteriori ricerche mirate.

TRA CASTELLI E SIGNORI

I Signori

Il territorio di Nus era sottoposto, sin da quando i documenti ci informano della situazione giurisdizionale della zona, ad una sola famiglia che, come gran parte della famiglie nobili valdostane, prese semplicemente il suo nome dal feudo che governava. Per questo motivo la famiglia non è conosciuta altrimenti che con l’appellativo de Nus.

Praticamente per nessuna famiglia nobile della Valle siamo esattamente sicuri di quale sia stata la genesi del potere. Così è anche per la famiglia de Nus. L’unico elemento che è di un certo interesse, pur non esponendo una realtà oggettiva, ma facendo parte dell’immaginario collettivo familiare, è tramandato da Jean-Baptiste de Tillier. Lo storico riferisce infatti che essa avrebbe preso origine da una famiglia senatoriale giunta in Valle d’Aosta dopo la conquista di Terenzio Varrone. In appoggio alla teoria di questa origine romana de Tillier afferma che all’inizio i de Nus non portavano lo stemma che è oggi conosciuto, ma semplicemente uno scudo a campo rosso con banda d’argento su cui spiccavano le lettere “S.P.Q.R.”. Lo scrittore interpreta tale sigla come Senatus populusque romanus, a conferma della nascita senatoriale della stirpe. Secondo la sua opera genealogica, il simbolo araldico sarebbe stato scolpito su di una lastra di marmo all’ingresso del castello, ma, forse nei secoli seguiti alla sua opera, esso è scomparso. Comunque, a partire da quando abbiamo un riscontro documentario, lo stemma signorile risulta essere costituito da un campo rosso in cui si alternano, a tre a tre, sei rose d’argento e sei gigli d’oro.

La stirpe signorile di Nus vide un alternarsi di vicende assai complesse. All’inizio la famiglia parve espandersi in molte branche diverse, che vennero ad esercitare assieme, nella forma della cosignoria, il potere sul loro territorio. Nel diciottesimo secolo però nuovamente tutte le branche si concentrarono in una sola. Erano infatti venuti a mancare, come nel caso di molte altre famiglie nobili valdostane, i figli maschi e di conseguenza la discendenza. Tutto finì quindi nelle mani di François-René, unico maschio della sua generazione. Per i de Nus vigeva infatti la norma, che riguardava anche gli altri signori valdostani, per cui non era possibile che alle figlie venisse trasmesso un feudo nobile.

Georges-Philibert de Nus, figlio di François-René, morì avendo come erede solo una figlia, Gabrielle-Madeleine, quindi il feudo avrebbe dovuto tornare alla corona, nonostante la disposizione testamentaria del padre che la nominava erede universale in assenza di maschi. La situazione fu risolta in tempi relativamente brevi. I beni della signoria di Nus vennero dapprima posti sotto sequestro giudiziario nel 1736, alla morte dell’ultimo signore, poi furono dichiarati di appartenenza del sovrano nel 1741. Ad un’ulteriore ricorso presentato dalla signora di Nus fece seguito il sedici dicembre 1743 un decreto in cui si stabiliva che il sovrano vendeva ed infeudava alla marchesa Scarampi di Nus il luogo, feudo e giurisdizioni di Nus. La concessione quindi, riconosceva, dietro pagamento di diciassettemila cinquecento lire, il diritto di Gabrielle-Madeleine di succedere nei feudi del padre.

La signora di Nus aveva sposato però nel 1732 il marchese Giuseppe Galeazzo Scarampi del Pruneto, di Roccaverano e del Carretto. A questo punto la storia della famiglia de Nus propriamente detta si chiude. Per i pochi decenni che separano la reinfeudazione della signoria dall’abolizione della feudalità alla fine del diciottesimo secolo, i signori di Nus si presentano con il nome di Scarampi, di cui restano ancora dei discendenti, nella zona di origine della famiglia, nel basso Piemonte.








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